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Testimonianza di  LEVI SERGIO, deportato a Flossenbürg

 

Nato a Torino il 3/2/1930, figlio di Alessandro e di Garda Germana.

Ultima residenza nota: Torino.

Arrestato a Torino il 15/12/1943 dai tedeschi.

Detenuto a Torino, Fossoli.

Deportato da Fossoli il 22/2/1944 a Auschwitz.

Detenuto a Flossenbürg dopo il 18/1/1945.

Convoglio 08.

Mi chiamo Levi Sergio, vivevo a Torino quando mi hanno arrestato. Avevo 13 anni e c'era un mucchio di gente in piazza, dove c'erano delle persone che urlavano a squarciagola, e c'era anche un uomo in divisa che ci ordinava di scendere, mia madre mi aveva dato l'impermeabile perché pioveva a dirotto. Mia madre per consolarmi mi aveva detto che andavamo a fare un viaggio e così scesi di casa molto contento perché viaggi non ne avevamo mai fatti. Mio padre prese la sua scorta di sigarette, sigari e tabacco e disse che in futuro gli sarebbero serviti, quando fummo scesi tutti ci caricarono sui camion, mia madre fece un po' di fatica a salire perché aveva portato un mucchio di valige. Era il 15-12- del 1943, quando finimmo il viaggio era il 20-12-1943 ed era il compleanno di mia madre. Quando arrivammo a destinazione ci fecero scendere dai camion e ci dissero di cercarci nelle baracche un letto e poi di uscire e di consegnare i documenti e i passaporti e chi aveva i documenti in regola poteva partire per un altro viaggio. Mio padre quando ebbe il tempo diede il regalo di compleanno a mia madre: una collanina d'oro. Questo campo lo chiamano "Campo di raccolta", era recintato con del filo metallico e in alto c'era del filo spinato, la giornata era un po' più bella di quando eravamo partiti e si vedevano dei raggi di sole qua e là. La gente quando mi passava davanti sorrideva, poi si girava dall'altra parte e si metteva a piangere e io non sapevo perché. Io restai solo due mesi in quel campo e in quel periodo avevamo formato una banda di circa dieci ragazzi, chi si voleva "arruolare" con noi doveva fare delle prove: la peggiore delle prove fu quella di rubare alcune uniformi agli ufficiali. La mia permanenza in quel campo non fu molto lunga, infatti ci restai soltanto due mesi, quando ci avevano caricati sui camion non ci avevano fatto portare nulla, ma mio padre riuscì a nascondere una stecca di sigarette nei pantaloni. Appena partiti il cielo divenne grigio ed il sole scomparve. Iniziò a piovere a dirotto, le persone erano tristi ed alcune mamme piangevano, allora io chiesi a mia madre perché quelle persone erano così tristi? Lei mi rispose che non lo sapeva. Poi sospirò e incominciò ad accarezzarmi la testa. Arrivati in una "specie" di stazione ci divisero maschi, femmine e bambini, mia madre prima di andarsene mi disse che appena fossi arrivato a destinazione mi sarei dovuto nascondere. Io le dissi che lo avrei fatto, poi la trascinarono via. Arrivò mio padre, che mi disse anche lui di nascondermi e di nascosto mi diede tre pacchi di sigarette e mi disse di usarli in cambio di qualcosa da mangiare. Da quel momento io non vidi più i miei genitori, mi caricarono in un vagone di cui riuscii a scorgere il numero "8", appena salito mi misi in un angolino vicino ad un buco attraverso il quale potevo guardare fuori. In quel posto faceva molto caldo ed allora mi tolsi il golfino e me lo misi dietro la testa, così potevo stare più comodo. Ad un certo punto iniziò a diventare tutto buio ed io non capivo cosa potesse essere, tuttavia mi distrassi ricordando i bei momenti passati con i miei genitori, i pic-nic, le corse dei cavalli e tantissime altre cose, poi un ragazzo mi svegliò ed io mi accorsi che il buio non era fuori, ma ero io che chiudevo gli occhi. Quando ci fermammo arrivò un uomo in divisa, ci disse che dovevamo scendere a prendere dell'acqua e qualcosa da mangiare, se avevamo fame. Io mi alzai, mi sgranchii le gambe e scesi tutto contento perché avevo fame e finalmente potevo mangiare.  Quando fui a terra vidi tanto pane, andai a prenderlo e mi accorsi che era pieno di muffa allora lo buttai. Però subito dopo mi ricordai che mia madre mi diceva di mangiare sempre tutto, anche se no era molto buono, allora io presi il pane e incominciai a mangiare, poi presi l'acqua e vidi che dentro c'erano mosche e moscerini, la stavo per posare, ma in pochissimo tempo l'avevo già ripresa e stavo bevendo. Mi rimpinzai ben bene di pane e acqua e quando salii sul treno feci un'altra bella dormita. Il viaggio era molto lungo, erano tre giorni che viaggiavamo e tutti avevamo molta fame perché c'eravamo fermati solo una volta a mangiare. Sonnecchiavo quasi sempre e pensavo sempre ai miei genitori, volevo piangere, ma non ci riuscivo, perché avevo talmente sete che mi pareva di dover risparmiare anche l'acqua delle lacrime. Il viaggio continuò lentamente, dopo tre giorni e mezzo di digiuno ci fermammo, ci fecero scendere e per terra vedemmo del pane un po' di verdura e acqua. Io appena scesi corsi a bere e a mangiare più che potevo, poi arrivò un ragazzo un po' più grande di me, e mi disse di non mangiare molto velocemente perché se no dopo potevo sentirmi male e mi disse anche di nascondere qualcosa per dopo. Io feci come mi aveva suggerito ma non sapevo dove mettere l'acqua, poi trovai un recipiente e lo riempii. Quando risalii sul treno misi tutta la mia roba in una specie di dispensa dentro il mio maglioncino. Ritornai a sonnecchiare e capii un po' quello che stava succedendo, poi continuai a pensare ai miei genitori. "Bei momenti" Dopo altri tre giorni di "digiuno" arrivammo al campo, io mentre scendevo dal vagone cercavo di rosicchiare gli ultimi pezzi della mia pagnotta, ormai diventata dura come una pietra. Quando fui sceso intravidi un cartello con la scritta AUSCHWITZ ed allora pensai che fosse il nome del paese in cui ci trovavamo, poi però vidi anche delle parole scritte in una lingua strana. Mi fermai e mi guardai attorno, ed un uomo in divisa mi urlò in una lingua strana delle cose, io non capii. Allora mi strattonò, mi portò in coda e mi fece cadere bruscamente per terra. Poi mi girai e chiesi che giorno era ed un signore mi rispose: "Oggi è il 22-2-1944". Io lo ringraziai, ma poi mi venne una fitta lungo la schiena e pensai che 19 giorni fa era il mio compleanno. Il mio primo compleanno senza genitori, avevo 14 anni da 19 giorni e non lo sapevo; trattenni le lacrime a stento, poi ritornò un militare e mi spintonò, io ricominciai a camminare con gli altri. Ci distribuirono nelle baracche, appena entrato mi nascosi bene e cercai di non farmi vedere da nessuno. Ogni giorno alla stessa ora tutti quelli che erano nella baracca uscivano a lavorare e io rimanevo solo. Un giorno mi stavano per scoprire perché mentre tutti erano a lavorare io mi rimisi a dormire, entrò una signora ed io cominciai a parlare poi per fortuna venne richiamata. Il nostro Kapò era molto bravo, infatti a lui davano due pagnotte e due scodelle ben piene e le divideva con me, è grazie a lui se sono ancora vivo e non sono finito in uno di quei forni alimentati con persone. Io per fortuna ero un ragazzo molto piccolo per la mia età e quindi riuscivo a nascondermi bene. Ogni giorno, dopo che tutti erano andati a lavorare, entrava un soldato per vedere se c'era qualcuno che era rimasto nei dintorni e se c'era qualcuno che si nascondeva, per fortuna non cercava nelle brande, ma si guardava solo attorno. Io a volte penso di essere molto fortunato perché per tanto tempo non erano riusciti a trovarmi, io mi scocciavo a stare in quel letto ed a volte mi veniva voglia di uscire, infatti un giorno scesi dal letto, poi sentii un rumore sospetto e di corsa vi risalii. Un giorno mi venne un'influenza intestinale, però non sapevo come fare perché i bagni erano fuori e io dovevo uscire e se uscivo mi potevano prendere ed uccidere e se mi avessero preso avrebbero ucciso anche il Kapò e i miei compagni di camera, allora decisi di trattenermi finché potevo. Il 24-7-44 mi presero mentre ero in bagno e mi caricarono su un camion. Io pregai molto che non facessero niente ai miei amici e poi cercai di non pensare ai miei genitori. Arrivai a Flossenbürg il 18/1/1945 e li mi misero a lavorare. Io lavoravo insieme ad un gruppo di donne, alle quali chiedevo sempre se avevano visto o se sapevano dove era mia madre, ma loro non sapevano dirmi nulla. Passarono tre mesi e non successe nulla, a parte il giorno del mio compleanno, che i miei compagni di stanza mi regalarono una pagnotta di pane bianco comprata da un ufficiale tedesco, io li ringraziai molto. In quei tre mesi rinunciai a cercare i miei genitori e cercavo di pensare alla mia vita. Si stava diffondendo la notizia che la nostra liberazione era vicina. Vedevamo sempre meno tedeschi in giro. Quando vedemmo che nel campo di Flossenbürg i tedeschi erano diventati pochissimi, assaltammo le cucine, finalmente mangiammo a volontà e prendevamo i coltelli e le armi che trovammo in giro, uccidendo i pochi tedeschi rimasti. Gli americani arrivarono e ci portarono via con loro; io però, subito dopo l'arrivo degli americani, mi ammalai e fui subito portato in un ospedale dove restai un anno, poi uscii ed ad aspettarmi fuori c'erano tutti i miei compagni di camera e mi fecero una festa. Dopo la festa mi portarono alla stazione e li partii per il mio paese, Torino. Arrivato a Torino corsi subito a vedere se la mia vecchia casa era ancora in piedi. Arrivai in punta alla via e tirai un sospiro di sollievo. La mia casa era ancora in piedi allora corsi su e vidi l'appartamento, era tutto in disordine, poi mi ricordai che mio padre teneva i soldi in una mattonella che si staccava dal pavimento, andai lì e trovai un bel po' di soldi, li presi e andai a cercare un negozio. Passarono un paio d'anni e io rimisi tutta la casa a posto e mi rifeci una vita, trovai un lavoro, e mi fidanzai. Nel 1946 la donna ebbe la parità di diritti e incominciò a votare. Io lavoravo alla Fiat come addetto ai motori, fui assunto perché mancavano persone addette a questi reparti; lavoravo sodo. Un anno dopo decisi di sposarmi, il mio capo mi concesse l'aumento ed io mi sposai, però non fu una cerimonia con tanti invitati. Passarono ancora più di dieci anni, siamo nel 1960 io avevo due figli una balilla, un appartamento nuovo e diventai capo reparto alla Fiat. Un mio dirigente, mi disse che ero il migliore del mio Reparto e visto che il nostro caporeparto era ormai vecchio e vicino alla pensione mi diede un po' di tempo per imparare, io appresi tutti gli insegnamenti dell'ex caporeparto. I miei figli avevano adesso uno sei anni e l'altro quattro anni. Il primo andava già alle elementari, invece l'altro faceva l'asilo. Finalmente potevo vivere una vita decente, con tutto quello che volevo, ma soprattutto volevo che la mia famiglia avesse tutto quello che desiderava. Un giorno incontrai un editore, gli raccontai la mia storia e lui mi disse che se volevo potevo scrivere un libro e che lui me lo avrebbe pubblicato. Io scrissi questo libro,che ebbe un gran successo, io non lo scrissi per me, ma per le persone che erano nate alla fine della guerra e che non sapevano quello che era successo. Negli anni settanta successero molti fatti, per esempio molte persone rimasero senza lavoro e in generale la disoccupazione crebbe molto, ma nello stesso tempo si diffusero nel mondo molte nuove invenzioni. Un grosso fatto politico fu invece la divisione dell'URSS in tanti piccoli stati. Nel 1995 andai in pensione e mio figlio venne assunto al mio posto, grazie ad un test. Mio figlio faceva l'operaio nel mio settore ma visto che gli avevo insegnato molte cose, decise di fare il test di prova,lo superò e mi sostituì. Adesso torniamo ai giorni nostri, da sette anni sono in pensione e sono diventato nonno. Uno dei miei figli lavora come caporeparto alla Fiat, invece l'altro è diventato un avvocato. Questa è la mia storia.

Levi Sergio

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