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Testimonianza di Augusto Tebaidi, deportato a Flossenbürg

A Flossenbürg diventai un numero

Ecco la memoria manoscritta depositata nell’archivio comunale, in cui viene descritto il racconto della prigionia e della liberazione di Augusto Tebaldi, che intitolò: «Come ho vissuto il 25 aprile 1945». Nella primavera del 1945 io ero il kZ n° 43736 di Flossenbürg, non so con precisione dove ero ed ogni mattina non sapevo che giorno della settimana e del mese mi apprestavo ad affrontare. Avevo fatto parte di un gruppo di circa 500 prigionieri politici che, nel gennaio del '45, furono stipati su un treno di carri di bestiame a Bolzano e dopo quattro giorni furono scaricati a Flossenbürg. Là ognuno di noi diventò un numero ed ogni giorno molti numeri venivano cancellati. In quelle bolge si viveva una continua vigilia di morte, quasi un lento staccarsi dell'anima dal corpo. Con la distruzione morale prima e l’annientamento fisico poi, si mirava ad uccidere l'uomo nell'uomo». Ogni conformismo, ogni convinzione erano spariti, eppure c’erano uomini che sapevano rinunciare a tutto, ma non alla propria dignità; uomini che continuavano ad onorare la fede e gli ideali per i quali avevano combattuto, esaltando fino al sacrificio supremo, quei valori che rendevano la vita degna di essere vissuta, spesa ed anche sacrificata. Ai primi di aprile eravamo ridotti a circa 200, in un piccolo campo allestito appositamente ad est di Dresda, nascosto in una valletta, lungo la linea ferroviaria. Si procedeva allo smantellamento ed al recupero delle attrezzature della strada ferrata e noi, in lunghe colonne, come schiavi alle piramidi, dovevamo trasportare a spalle traversine e rotaie e scaricarle sui battelli che aspettavano sul fiume Elba. Una mattina invitarono coloro che non erano in grado di camminare a salire su un autocarro: una ventina salirono, l’autocarro partì e dopo mezz'ora tornò vuoto. Io non so cosa è successo a coloro che erano saliti, ma so che nessuno di loro è tornato a casa. Eravamo rimasti un centinaio e per allontanarci dal fronte che avanzava da oriente, siamo stati spinti da una decina di SS in una marcia di trasferimento, insostenibile per le nostre condizioni. Chi non resisteva, cadeva a terra e veniva subito finito con un colpo di pistola alla testa ed abbandonato ai margini della strada. La tragica situazione e la sensazione che la liberazione stesse per realizzarsi ci imponevano di raccogliere le forze residue e di stringere i denti. Siamo arrivati ad una grande fattoria isolata nella campagna; ci hanno sistemato in una grande stalla vuota e lì abbiamo trascorso gli ultimi sette o otto giorni della nostra prigionia. Eravamo 80 scheletri sfiniti, sudici e piagati, stavamo sempre sdraiati sulla paglia per non consumare energie; ci davano da mangiare ogni giorno una pezzetto di pane nero e qualche mestolo di zuppa, che altro non era se non acqua calda ed erbe. Alcune volte ci fecero uscire, ci accompagnarono poco lontano a prelevare pietre dal letto di un torrente e ad ammucchiarle su una grande strada vicina, per formare degli sbarramenti ed ostacolare l'avanzata sovietica». Speravo sempre che la fine della guerra non fosse lontana, ma accusavo i contraccolpi morali della deportazione: diventavo a poco a poco indifferente, non provavo più l’impulso di lottare. Era una fase pericolosa, infatti chi cedeva nel morale incominciava a morire. Per fortuna un giorno scorgemmo sul finestrino di un automezzo la fotografia di Hitler vistosamente listata a lutto: fu una preziosa iniezione di speranza». «Una mattina», abbiamo potuto stabilire poi che era la mattina di martedì 8 maggio 1945 , «mentre eravamo sottoposti al solito massacrante trasporto di pietre, improvvisamente ci fecero rientrare nella stalla. Come al solito ci siamo subito sdraiati in preda alla stanchezza ed alla fame. Dopo un po', insospettiti dal silenzio esterno, abbiamo cercato di spiare dalle fessure del portone ed abbiamo constatato che fuori non c'era nessuno, neppure una guardia. Uno stato di euforico nervosismo e nello stesso tempo di paura, si impadronì di noi. Dopo un po’ abbiamo sfondato il portone, usciti nel cortile, tutti erano scappati, la fattoria era abbandonata e deserta. Eravamo disorientati, combattuti dall’eccitazione di sentirci liberi e contemporaneamente dalla paura che da un momento all'altro la soluzione finale potesse abbattersi su di noi. Ricordo il primo abbraccio di un uomo libero scambiato con Mario Cerri di Bovolone, ridotto in condizioni tali che non gli permisero il ritorno in famiglia. Io consideravo estremamente pericoloso quel posto ed insieme ad altri quattro superstiti, lasciai la fattoria e ci incamminammo per una stradina di campagna. Cominciava così il viaggio di ritorno verso l'Italia, verso Soave». 

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