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Eugenio Pertini

Nato a Stella (Savona) il 19 ottobre 1894, fu deportato e morì nel campo di concentramento di Flossenbürg il 20 aprile 1945

                                                         

Fratello del futuro Presidente della Repubblica Italiana, Eugenio fu colto a Genova (dove, vedovo, abitava con la figlia Diomira di 10 anni), dagli eventi del settembre 1943. Di sentimenti antifascisti, non si era però, fino ad allora, impegnato politicamente.

Lo fece quando, nell'inverno, si diffuse la voce che il fratello Sandro era stato fucilato a Regina Coeli dai tedeschi. L'impegno di Eugenio nella Resistenza non durò molto. Nell'aprile del 1944, mentre si trovava con la figlia in un ristorante genovese, fu arrestato e portato alla "Casa dello Studente".

Resistette agli interrogatori sotto tortura e, dopo qualche giorno, fu trasferito nel campo di Fossoli (MO). Seguì la deportazione nel campo di Bolzano e, il 5 settembre 1944, la partenza per il lager di Flossenbürg.

Qui Eugenio morì poco prima che i deportati fossero liberati dagli Alleati.

Le SS si accingevano ad evacuare il campo per sfuggire alla morsa incombente delle avanguardie alleate. Eugenio Pertini fu incolonnato con altri prigionieri. Claudicante, stremato dalle fatiche e dalle privazioni, non resse alla marcia. Più di una volta cadde e i compagni lo aiutarono a rialzarsi. Notato dalle SS, fu finito a colpi di fucile".

Il presidente Pertini così ricorda la morte del fratello Eugenio:

"Fu proprio nella storica giornata del 25 aprile 1945. mentre io a Milano inneggiavo alla Liberazione, che mio fratello Eugenio fu ucciso nel campo di concentramento di Flossenburg.

I tedeschi si ritiravano ed egli non riusciva a camminare.

Mi raccontarono che, nel gennaio '44, qualcuno aveva detto a mio fratello Eugenio che io ero stato fucilato al Forte Boccea e mio fratello, quasi per sostituirmi nella lotta, si era gettato nella Resistenza. Mentre affiggeva dei manifesti venne catturato dai tedeschi a Genova, picchiato, torturato selvaggiamente. Poi lo mandarono, già quasi in fin di vita, nel campo di concentramento di Flossenburg, dopo un lungo viaggio terribile per la sete e per la fame. In quel campo i nazisti usavano un orrendo metodo per annientare i prigionieri. Li costringevano a portare macigni fin sulla cima della collina e poi a riportarli nuovamente ai piedi della collina. Questo lavoro, penoso e inutile, aveva lo scopo di annullare la loro personalità e martoriare il loro fisico.

I prigionieri venivano anche sottoposti a una "doccia scozzese" di acqua prima gelata e poi bollente: se cadevano, venivano fucilati.

 Mio fratello fu ammazzato come un cane, proprio mentre gli alleati stavano liberando la Germania.

Eugenio era un po' claudicante e in condizioni ormai disperate. Cadde una volta, due volte e lo aiutarono i compagni a rialzarsi.

Poi due SS lo uccisero con raffiche di mitra e lo gettarono in un forno crematorio. Uno dei superstiti che vive a Torino mi ha raccontato che il forno era piccolo e che i tedeschi dovevano tagliare i cadaveri per farveli entrare.

Nel 1970, quando ero presidente della Camera, sono andato a Flossenburg con una delegazione di deputati e ho fatto mettere una lapide nel forno: "Qui per la libertà è stato ucciso Eugenio Pertini".          

                                                                                                                     

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